Vincenzo Santoro intervista Franco Tommasi

 

fatta l'8 settembre 2007 e pubblicata su Melissi n.18/19

Sono nato nel 1957. Mi sono laureato in ingegneria all’Università di Pisa. Ho fatto il primo spettacolo di musica popolare salentina al festival dell’Unità di La Spezia nel 1977. Mi invitarono a suonare e chiamai ad accompagnarmi un amico, Fabrizio Miglietta. Non so bene che rapporti lui avesse avuto con il primo Canzoniere Grecanico Salentino ma ho un vago ricordo di essere stato portato da lui intorno al 1975 in una specie di scantinato dove faceva le prove il CGS, e quindi – giovanissimo – di aver visto in azione queste persone dietro le quinte. Poi, stimolato tra le altre cose anche dall’ascolto del loro disco in vinile, continuò in me l’interesse per questo tipo di musica. Sono nato a Calimera, parlo un po’ il griko e comunque lo capisco bene. Ho sempre avuto un interesse per la tradizione popolare e per la cultura contadina. Mio nonno, per esempio, che era falegname, fabbricava per diletto (e poi mi regalava) strumenti a percussione della tradizione popolare. A La Spezia facemmo qualche brano ripreso dal disco del CGS, e anche qualcosa d’altro (ad esempio ricordo che eseguimmo Cummare l’aggiu persa la caddhina).

Negli anni successivi, a partire dalla metà degli anni Ottanta, con Roberto Raheli, che era della cerchia dei miei amici, cominciammo a suonare. Facevamo canzoni napoletane, canzoni salentine, così, tra amici, solo per divertirci. In quegli anni non vivevo nel Salento. Tra studio e lavoro sono stato via fino al maggio del ’91 (a Pisa, in Olanda, a Torino, a Trento, a Venezia ecc). Quando venivo in vacanza suonavamo, con Roberto e Pierluigi Lopalco. C’era molta passione. Io non ho mai interrotto i contatti con i “cantori” anziani (in particolare con Cici Cafaro, che conoscevo fin dai primi anni ’80, ed era un frequente organizzatore di belle feste “musicali” in campagna). Poi c’era la putea di Lucia e Gino a Cursi, dove spessissimo ci riunivamo a cantare con i frequentatori abituali. Le nostre feste e serate nascevano in questi posti, dove appena ti mettevi a cantare si avvicinavano gli anziani e partecipavano. Per varie vie (come ho detto, anche familiari) avevo inoltre contatti con cantori e portatori di cultura popolare di Calimera, Martano, Corigliano, ecc.

La svolta si ebbe intorno al ’90. A quell’epoca lavoravo a Venezia e la passione per la musica e la cultura popolare erano giunte al massimo. Avevo un grande desiderio di ascoltare, di sentire queste cose. Ero commosso e impressionato dalla grandissima qualità musicale di alcune cose che avevo sentito. All’epoca circolavano già da tempo i preziosi dischi di registrazioni sul campo curati da Brizio Montanaro per l’Albatros, che alimentarono non poco questo fervore. In realtà a un certo punto diventarono la fonte di riferimento, perché il disco del CGS, pur meritando un pieno apprezzamento per aver richiamato l’attenzione sulla tradizione popolare, dal punto di vista musicale non ci convinceva. Quella rappresentazione della musica  popolare, a nostro modo di sentire, era molto edulcorata, piuttosto addomesticata. Si notava più di tutto l’accompagnamento musicale troppo “educato”, molto distante dalle cose che sentivamo dagli anziani e che ci avevano affascinato. E anche le voci (con l’eccezione forse della bella voce di Roberto Licci), troppo intonate, con un trattamento della polifonia “pulitino”, senza la libertà, la forza e l’originalità che a nostro parere costituivano la vera peculiarità della musica che ascoltavamo dagli anziani, dalle registrazioni di Montinaro o da quelle di Carpitella incluse nella prima edizione della “Terra del Rimorso”. Eravamo travolti dal fascino di quelle musiche e di quei canti, di cui sentivamo l’altissima qualità tecnica ed espressiva. Quando venivo nel Salento, ero avido di ascoltare questa musica. Così una volta, nel ’90 credo, mi trovai davanti a un manifesto, che pubblicizzava con una certa prosopopea un po’ fastidiosa, un concerto di un “ricercatore di musica popolare salentina” che si sarebbe tenuto al mercato coperto di Corigliano. Nonostante la perplessità suscitata dal tono enfatico, andai a vedere questo spettacolo con grande curiosità e lì rimasi sconcertato dalla volgarità e dalla grossolanità dell’esibizione (e dal contrasto tra l’ignoranza esibita ed il tono professorale e presuntuoso delle presentazioni). Mi dissi: “se questi sono i ricercatori dalle nostre parti, stiamo freschi!”. L’irritazione per quell’ascolto, paradossalmente, mi aiutò a vincere la ritrosia che avevo a presentarmi al pubblico. Pensai che, per male che fosse andata, non avrei potuto fare di peggio e mi cominciò a nascere il pensiero di mettere su uno spettacolo con i miei amici, nel quale suonare la musica popolare salentina. Fino ad allora ci eravamo esibiti in pubblico solo in maniera informale, magari casualmente in una piazza, senza amplificazione, più per il gusto di suonare tra di noi che per la voglia di proporci.

A Venezia ero il responsabile dello sviluppo software di una azienda. Grazie al buon guadagno, che mi avrebbe permesso di non lavorare per un po’ rimanendo indipendente economicamente, decisi di mollare questo lavoro e di tornare a Lecce, sostanzialmente per due ragioni: per la questione ambientalista (sono stato con Mauro Pascariello ed altri tra i fondatori dei Verdi a Lecce) e per la musica popolare. Fu in sostanza un grande attaccamento al Salento che mi spinse a lasciare così, di brutto, il lavoro e a venirmene qui, dove non avevo nessuna attività lavorativa in particolare che mi attendesse. Feci un salto totalmente al buio di cui, devo ammetterlo, a volte mi capita oggi di sorprendermi.

Fu appunto in questo periodo che con Roberto immaginammo di fare degli spettacoli. All’epoca avevo apprezzato alcune cose fatte da Luigi Chiriatti, che non conoscevo personalmente, e, siccome avevo sentito che d’estate faceva le vacanze a Sant’Andrea, decisi di andarlo a trovare. Lo informai dell’idea di formare il gruppo e gli chiesi di venire a suonare il tamburello con noi. Lui mi sembrò compiaciuto della visita e si disse contento e pronto ad entrare nel gruppo. Eravamo nell’estate del ’91.

Dopo poche prove avemmo la prima uscita pubblica. Fu a Sannicola, per una festa organizzata dal Comune nell’enorme piazza del paese, con alcuni membri temporaneamente aggiunti al gruppo. Andò abbastanza bene. Poi facemmo a novembre uno spettacolo al circolo “Ghetonìa” di Calimera, a cui partecipò Cici Cafaro. Questo spettacolo mi lasciò abbastanza contrariato. Allora non era comune come oggi ascoltare musica popolare. Successe che Cici, come al suo solito incontenibile, prese in mano la situazione e si mise a condurre la serata a modo suo. C’erano tra il pubblico dei giovani “cittadini”, che cominciarono a sfotterlo in maniera pesante, al limite dell’insulto, ballando goffamente a grandi salti, ridendo sguaiatamente e facendogli la caricatura. Si vedeva chiaramente che per questa gente una persona che parlava e cantava in dialetto era per ciò stesso un villano rozzo e ignorante e si sentivano quindi in diritto di deriderlo. Ci rimanemmo tutti male. Magari ora saranno tra quelli entusiasti della “Notte della Taranta”!

Decidemmo, su proposta di Gigi (anche se noi non eravamo troppo convinti), di chiamarci Canzoniere di Terra D’Otranto, nome che credo intendesse sottolineare il (suo) passato rapporto con l’esperienza del CGS. Il nostro repertorio all’inizio era composto principalmente da canti provenienti dai dischi di Montinaro (alla realizzazione delle cui registrazioni Gigi aveva collaborato), più altro materiale proveniente da conoscenze personali.

La nostra idea era di provare a recuperare il più possibile l’atmosfera di quella musica, ed eseguirla “così com’era”. Io pensavo che bisognasse viverla, sentirla, entrarci dentro il più possibile, lasciarsi penetrare e, dopo averla assorbita, lasciarla crescere. Sono sempre stato affascinato dalla figura di Béla Bartòk e dal suo approccio alla musica popolare, che lui prima studiò e assorbì, poi utilizzò come stimolo alla sua creatività componendo capolavori che di quel patrimonio tradizionale erano impregnati; nell’introduzione al CD Bassa musica (che io scrissi - Pierluigi Lopalco poi lesse le bozze e mi diede preziosi suggerimenti) citavo anche questo grande musicista ungherese, ricordando come Bartok e una discreta parte dei protagonisti della musica del Novecento avessero fatto riferimento alla musica popolare, per sottolineare il valore di quest’ultima (e noi proprio per questo, ironicamente, la definivamo “Bassa Musica”, un termine che avevo sentito usare in Basilicata per designare una formazione bandistica molto ridotta). E la nostra musica tradizionale, a mio parere, non è da meno di quella delle altre regioni del mondo. Non tanto nelle melodie e nelle armonie in sé quanto nel trattamento complessivo dell’esecuzione. A questo punto io voglio bere a questa sorgente di bellezza, voglio entrare in relazione con questa musica. Il che non vuol dire necessariamente ripeterla. Ripeterla però può essere un modo di cominciare: tutti quelli che hanno un modello a cui si ispirano che fanno? Cominciano col ripetere il modello. Poi dalla padronanza, dall’essersi impregnati di questa cosa, può venire fuori di tutto. Si può anche andare in un’altra direzione.

Quando il nostro intervento cominciò a smuovere le acque, alcuni di quelli che avevano fatto parte dei gruppi degli anni settanta incominciarono a voler dire la loro. Avemmo diverse polemiche, anche in pubblico. Mi ricordo un dibattito con Daniele Durante alla Fucazzeria “Da Francesco”. Lui affermava che “ripetere” un pezzo era inutile. E io dicevo che ripetere un pezzo è una cosa normalissima. Così si fa di solito, per esempio, per la musica classica. Un altro elemento della polemica era relativo al fatto che, sempre secondo Durante, la musica popolare è ripetitiva, è noiosa, “sono sempre i soliti due accordi”, diceva. E io gli ribattevo: in realtà non è una musica da due accordi; sei tu che ci vedi solo due accordi, perché tu vieni da una formazione classica ed è tipico che i musicisti classici vedano nella musica popolare (era così specialmente fino ad allora) solo due accordi, perché sono attenti principalmente alla struttura melodica e armonica, almeno per quanto di queste si possa fissare sul pentagramma, che è il loro modo di “vedere” la musica. La musica popolare ha questa struttura essenziale molto semplice, ed è quello che loro vedono; e tutto il resto (timbro, ritmo, trattamento della melodia e dell’armonizzazione e, soprattutto, l’irregolarità di questi, cioè proprio quello che è difficile o impossibile da scrivere) non lo colgono. Il grave è che se ci vedono due accordi, quando la suonano ci metteranno solo i due accordi! Faranno musica da due accordi! Stravinsky diceva invece che la musica è tutto quello che non si può scrivere e direi che non a caso egli fu attentissimo alla musica popolare e le fu per molti versi debitore. I primi ricercatori di musica popolare del ‘900 avevano compreso questo fatto fondamentale e si erano affannati a procurarsi delle registrazioni audio, sia pure con mezzi che oggi ci paiono largamente inadeguati. Durante aveva questo atteggiamento all’epoca, non so se poi lo ha cambiato. Ho fatto riferimento a questa polemica nell’introduzione di Bassa musica. Sta di fatto che quando poi il CGS riprese ad eseguire canzoni tradizionali, al termine di un lungo periodo in cui avevano coltivato maggiormente interessi musicali differenti, cominciarono con delle esecuzioni di melodie e testi popolari salentini con arrangiamenti di sapore latino-americano e dicevano - ricordo un discorso fatto da Daniele Durante in uno spettacolo a Campi, che facevano ciò perché desideravano innovare la musica popolare salentina. Io ci scherzavo sopra dicendo che al massimo stavano innovando quella latino-americana! Mi sembra che dopo abbiano cambiato rotta ma non ne sono sicuro perché negli ultimi anni seguo molto poco la scena della riproposta della musica popolare salentina.

Non ricordo se nella stessa serata, comunque sempre “Da Francesco”, ci fu un’altra discussione animata. Qualcuno disse più o meno “la musica popolare va bene per le occasioni conviviali, ma poi basta, la grande musica è un’altra cosa”. Certo, allora parlare di “World Music” non era ancora di moda, gli studi di etnomusicologia, i lavori di Leydi e Carpitella, esistevano da tempo ma erano di diffusione relativamente ristretta e quindi la musica popolare si poteva liquidare come musica adatta solo ad una bevuta in compagnia! Ripensandoci, proprio questa discussione è stata alla base della scelta del titolo del nostro CD.

Un’altra polemica … anzi altre due, ci furono con Gigi Chiriatti. Da una parte lui aveva la tendenza a vedere tutto quello che facevamo in chiave politica. E fin qui ci poteva anche stare. Era, credo, la conseguenza del forte legame con lo spirito degli anni Settanta che lui aveva mantenuto. Nonostante avessi anch’io un passato di impegno politico, pensavo però che i richiami espliciti alla politica fossero inadeguati al contesto di uno spettacolo e persino controproducenti. Se noi affermiamo e dimostriamo l’alto livello del nostro patrimonio popolare, sostenevo, rendiamo un servizio ai “proprietari” di questa musica – i cafoni, i contadini - molto migliore di quello che potremmo rendergli con dei noiosi comizietti d’occasione. Quindi noi cercavamo sempre di ridimensionare questa sua propensione e di questo lui era molto seccato. Avrebbe voluto tenere in ogni spettacolo un discorso di taglio didascalico-politico. Io dicevo invece: facciamo bene la musica e in questo modo il nostro lavoro avrà un implicito (ma molto più forte) significato politico.

L’altro punto di continua polemica riguardava sempre il suo comportamento sul palco, la sua mancanza di “feeling” per la comunicazione con il pubblico (nella quale però si buttava senza esitazioni, con effetti spesso raggelanti) e il suo modo di suonare il tamburello, molto bello come forza e qualità del suono ma purtroppo spesso incapace di adattarsi al ritmo del resto del gruppo. Certe volte partiva in quarta e, nonostante lo fulminassimo con delle occhiate per farlo rallentare, se ne andava per fatti suoi, incurante del fatto che ne risultassero delle esecuzioni a 78 giri (se volete sentirne un esempio, lo trovate nella pizzica che registrammo per la terapia della protagonista tarantata del film “Pizzicata”, di Eduardo Winspeare, dove c’è una sua tipica partenza in anticipo sugli altri, con il gruppo che, un po’ comicamente, deve affannarsi a rincorrerlo). Sugli arrangiamenti poi, lui tendeva ad essere eccessivamente conservatore, mentre noi tendevamo ad “arricchirli”, pur cercando di rimanere fedeli allo spirito della nostra musica. Per esempio dovetti lottare per inserire nel CD “Bassa Musica” il suono di un grosso tamburo in alcuni brani. Lo avevo fatto costruire apposta. Lui diceva che un tamburo così basso non c’era nella tradizione ma a me pareva che una delle cose che rendeva bellissime le pizziche registrate da Carpitella per De Martino fosse proprio un bel suono basso di tamburo e, dal momento che puntavo soprattutto alla qualità del suono, non mi importava di “tradire” la strumentazione tradizionale pur di ottenere quel suono meraviglioso (a parte il fatto che in questo caso secondo me non c’era alcun tradimento).

Con Roberto Raheli invece avemmo una piccola divergenza sul fatto di inserire la canzone “La Ceserina” nel disco “Bassa Musica”. Lui voleva eseguire un testo e un arrangiamento piuttosto vicino alla versione su vinile del CGS, che peraltro io sapevo essere una versione “politicizzata” (mi pare di aver saputo che l’avessero raccolta da qualche portatore ma non ne sono sicuro, potrebbe anche essere stata una loro creazione). Io non ero entusiasta della cosa perché mi era sempre sembrata una mezza forzatura, frutto delle passioni politiche degli anni ‘70. Avevo infatti sentito la canzone - da Cici Cafaro e anche da alcuni cantori di Corigliano - in una versione sicuramente precedente, che fa riferimento ad uno che è stato carcerato e che si lamenta del tradimento della sua donna, minacciando vendetta una volta libero. Noi registravamo spesso queste esibizioni di anziani. Ho molte registrazioni, anche di questa canzone. Pensavo che si sarebbe benissimo potuto inserirla nel CD nella versione del CGS ma solo dichiarando apertamente un omaggio a tale gruppo. Altrimenti sarebbe stato meglio fare la versione più tradizionale. La canzone poi non fu inserita.

Tornando alla vita del gruppo, nel ’92-93, facemmo una decina di date con uno spettacolo teatrale di cui facevamo la colonna sonora, partecipando anche un po’ all’azione scenica, che si chiamava La pupicchia de lu Principe, con la regia di Antonio De Carlo e Mario Blasi come attore (gli altri purtroppo non li ricordo). In quel periodo eravamo in quattro. Pierluigi suonava la concertina. Poi cominciarono a chiamarci anche delle amministrazioni comunali per delle feste, anche se allora non era scontato come adesso proporre musica popolare nelle piazze. Dopo la fiammata degli anni ’70 l’interesse per la musica popolare si era molto affievolito. Ci voleva un po’ di coraggio da parte di chi ci chiamava. Però era quasi sempre un successo, alla gente piaceva molto. Ricordo alcune situazioni abbastanza singolari. Una volta suonammo senza amplificazione ad Acquaviva, una splendida insenatura naturale vicino Castro. Quello spettacolo lo ricordo ancora come una delle cose più belle che abbiamo fatto. C’era solo una grande lampada che illuminava noi e tutta la gente sparsa intorno a questo incantevole specchio d’acqua e, ad un certo punto, tutti cominciarono a ballare sugli scogli… c’era un’emozione palpabile nella gente ... erano le prime volte che si sentiva suonare questa musica in un certo modo, un suono così autentico, così incisivo, come era ormai molto difficile ascoltare dai portatori. Certo, musicalmente non mancavano i difetti, anche gravi, ma, come ho detto, allora questa musica era quasi scomparsa (lo stesso CGS, che pure aveva il primato temporale della sua riproposta, si era da tempo dato a della musica differente, con strumenti elettrici e batteria, una specie di rock). Quando la riproponevamo, la gente aveva una reazione di grande coinvolgimento. Ricordo le facce emozionate, i grandi complimenti dopo i concerti. Era come se suonando avessimo messo in movimento qualche cosa che stava nascosto sotto la pelle e che in quel momento usciva sotto forma di emozioni. Si percepiva qualcosa di sopito che si stava risvegliando. E percepivo anche la sorpresa: la gente non si aspettava che questa musica venisse riproposta in quel modo.

Il nostro repertorio era basato, oltre che sulla pizzica, anche sui canti alla stisa, perché volevamo sottolineare con forza il patrimonio della vocalità, che è una delle caratteristiche fondamentali della nostra tradizione.

Alla fine del ’93 entrò nel gruppo anche Sandro Girasoli con il quale avevo fatto diverse serate di musica varia (anche napoletana e persino cantate antiche accompagnate da un armonium, un vecchio strumento che ci portavamo ogni sera dietro) alla Fucazzeria “Da Francesco”. Poco prima ci era entrata anche mia sorella Raffaella. A un certo punto, incoraggiati dal successo di numerosi spettacoli, ci venne in mente di fare un disco, un CD, che fu il primo lavoro dedicato alla musica popolare salentina in assoluto ad essere registrato su questo tipo di supporto. Lo stampammo all’estero, con la Sony Austria, grazie ad una “dritta” dei Sud Sound System che ne avevano stampato da poco uno con la stessa azienda. Si chiamò Bassa Musica, ed uscì nell’estate del ‘94. Contemporaneamente partecipammo al film Pizzicata, che poi uscì nel ’96. Partecipammo non solo alla colonna sonora ma anche ad alcune riprese filmate, in particolare quella della cura musicale domiciliare. Una curiosità: in questa scena, alcuni di noi furono ripresi mentre altri suonavano nascosti perché Edoardo Winspeare, il regista, pensava che l’aspetto fisico di questi non fosse proponibile per dei contadini degli anni ’40. Edoardo mi venne a cercare qualche volta nel corso del ‘93, e mi fece leggere un’anteprima della sceneggiatura del film. Penso di aver dato un minuscolo contributo alla sua decisione di usare il dialetto per il film. Gli dissi che secondo me sarebbe stato impensabile altrimenti e lo incitai a prendere questa via, anche se ovviamente avrebbe comportato delle difficoltà. Lui ci invitò alle feste che ogni tanto venivano organizzate nel Capo, a casa sua a Depressa oppure a casa di Lamberto Probo a Novaglie. A queste feste partecipavano anche gli Ucci, Pino Zimba e altri. Da questo ambiente si formarono diversi gruppi musicali, a partire dagli Alla Bua, con cui avevamo frequenti contatti. In Pizzicata noi eseguimmo tre pezzi, tra cui una pizzica e Damme nu ricciu

Per quanto riguarda il repertorio del disco Bassa Musica invece, furono incluse Vita Maria che avevamo imparato da Cici Cafaro e due pizziche, di cui una nel modo di Luigi Stifani; poi c’era  Lu vecchiu che io avevo sentito da Ada Giancane a Monteroni. Quasi tutti gli altri pezzi invece provengono dai dischi di Montinaro.

Il disco fu accolto bene, anche se commercialmente non fu un grande successo. Ci fu una bella recensione su Folk Roots (mi pare nel numero del dicembre ’96), la rivista più nota a livello mondiale dedicata a questo tipo di musica. Anche il Manifesto ne parlò molto bene.

A parte il giro degli appassionati, pochi apprezzarono, sia sulla stampa locale che, per esempio, tra i negozi di dischi e le librerie. In generale ti guardavano dall’alto in basso. C’erano due filoni di indifferenza. prima di tutto un’indifferenza “popolare”, manifestata da gente che cercava di allontanarsi o, per meglio dire, affrancarsi dalla tradizione e dal dialetto, visti come segni di una passata subalternità. Ma poi c’era anche un’indifferenza “colta”, di sinistra, che per esempio proveniva dagli ambienti accademici leccesi. In questi ambienti è sempre esistita una certa diffidenza “genetica” verso la cultura contadina e ancor di più verso la sua valorizzazione e riscoperta. Solo pochi grandi personalità in passato sono state capaci di comprenderne e metterne in luce la grandezza (il pensiero va naturalmente subito a Pasolini) restando nello stesso tempo a distanza di sicurezza dalle letture retrograde e oscurantiste che, bisogna ammetterlo, sono state sempre in agguato.

Con il giro dei Sud Sound System invece, che in quel periodo stavano avendo successo con il loro ragamuffin cantato in dialetto salentino, non avevamo rapporti musicali, a parte un concerto fatto insieme un primo maggio a Lecce in piazza Sant’Oronzo.


A un certo punto entrammo in crisi. Io mi trovavo sempre più a disagio perché ero divenuto insofferente a riguardo della qualità musicale espressa dal gruppo, nonostante avessimo un buon numero di richieste di concerti. Soffrivo nel fare esibizioni pubbliche in cui c’era chi stonava, chi andava fuori tempo, chi parlava a sproposito e così via. Pensavo che si dovesse essere, non dico più professionali ma, almeno, dei musicisti migliori. Inoltre mi pareva non funzionasse più l’approccio “assembleare” alle scelte del gruppo (anche quelle musicali, sugli arrangiamenti ecc). Capitava sempre più spesso che le decisioni fossero prese dopo estenuanti discussioni. Pensavo che ci fosse assoluta necessità che qualcuno di noi – e, come cercai di sottolineare più volte, non necessariamente io – svolgesse il ruolo di “direttore artistico”, assumendosi tutte le responsabilità. Questa richiesta venne interpretata come un mio tentativo di prendere la testa del gruppo. Tutto ciò a cui io effettivamente tenevo era invece una reale crescita della sensibilità musicale del gruppo, che mantenesse però il forte legame con le radici da cui eravamo partiti. Inoltre ritenevo che, dopo essersi impadroniti pienamente della grammatica della musica salentina (operazione che a mio parere richiedeva molto tempo e dedizione), si dovesse delineare una direzione di evoluzione: non avevo intenzione di fare il “ripropositore” a vita, per quanto la cosa non avesse niente di scandaloso in sé. Naturalmente su tutto questo si innestarono anche delle incompatibilità caratteriali. Eravamo tutti, come spesso capita in questi giri, molto “egocentrici”. Alla fine non ci trovammo più d’accordo e il gruppo si sciolse. L’ultimo spettacolo lo facemmo nel settembre del ’96, in un paese del brindisino. Tre membri del gruppo (Raheli, Chiriatti e Girasoli) decisero di continuare, ma ci trovammo d’accordo sul fatto che non dovessero più utilizzare più il nome originario, così presero il nome Aramiré. Posso sbagliare (io però ho vissuto la cosa così) ma mi pare che il gruppo si sia sciolto per il contrasto di due visioni. Da una parte io che attribuivo all’aspetto musicale un’importanza assoluta e determinante. Dall’altra gli altri che erano interessati, in maniera più varia, a  tanti altri aspetti di questa esperienza.

In seguito cercai di rimettere su un altro progetto nell’ambito della musica popolare, più vicino alla mia sensibilità, ma senza successo. Era ormai giunto un periodo in cui era molto più facile essere chiamati per concerti a pagamento e c’era pochissima gente che aveva realmente voglia di fare una ricerca musicale di un certo spessore. Era molto più facile salire su un palco, fare un po’ di chiasso e incassare. Per questo genere musicale non ho visto mai lesinare applausi a nessuno (finché si “gioca in casa” e si può fare leva su campanilismo e sulle corde della memoria, naturalmente). I pubblici che conoscono anche superficialmente questa tradizione musicale sono di solito di bocca molto buona. Per cui, constatata questa difficoltà di trovare persone interessate ad un progetto di lungo termine e di qualità, non senza rammarico, decisi di non occuparmi più di musica popolare salentina. Anche perché intanto il “rumore di fondo” aumentava. C’erano sempre più gruppi, spesso di qualità molto scadente, almeno a mio parere. Molto di quello che ho sentito in questi anni di esplosione della “pizzica” lo considero di bassissima qualità. Non vorrei offendere nessuno ma questo è quello che il mio orecchio musicale mi dice (e purtroppo ho quasi solo questo per giudicare).

La Notte della Taranta, una brillantissima operazione di marketing territoriale, ne va dato decisamente atto a chi l’ha organizzata, dal punto di vista musicale e culturale mi pare a livelli piuttosto discutibili. Era pienamente legittimo che personalità musicali, anche stelle di prima grandezza, venissero a misurarsi con la nostra tradizione. Che poi ne abbiano colto il respiro interno, l’anima, facendola rivivere in nuove creature musicali affascinanti come o più di quelle di partenza, è da vedere. Io ho l’impressione di no. Un’altra impressione che ho avuto è che, piuttosto che con il meglio della nostra tradizione, questi personaggi abbiano finito spesso per misurarsi, probabilmente in molti casi loro malgrado, con sue rielaborazioni di quarta mano, propostegli chissà da chi. Dopo di che, come dicono gli americani, che amano gli acronimi, GIGO, garbage in-garbage out (spazzatura entra e spazzatura esce).

Mi rendo conto anche che, in un certo senso, ormai la manifestazione ha preso una sua via ed ha una sua sostenibilità, nel senso che il numeroso pubblico chiede un prodotto di facile consumo e l’organizzazione glielo dà senza complimenti, con reciproca soddisfazione. Per cui a questo punto ci si potrebbe chiedere che importanza ha quello che si propone dal momento che finora ha “funzionato”, per certi versi anche piuttosto bene.

Penso però che gli eventi culturali del nostro paese che oggi prosperano ed hanno migliori prospettive per il futuro siano quelli che hanno puntato sulla qualità e sul lungo termine piuttosto che sulla quantità e sul successo immediato, frutto delle mode e quindi effimero.


Io comprendo il difficile ruolo degli organizzatori nel gestire questo fenomeno turbolento e guardo con simpatia alle loro grandi capacità e ai loro altrettanto grandi successi. Mi auguro però che per il futuro si concentrino maggiormente sulla qualità, magari concedendo un po’ di meno all’eccitazione superficiale delle folle e rinsaldando più stretti legami con il meglio della nostra tradizione (ove, ahimé, reperibile) e dei nuovi fermenti. Devo anche confessare che, dopo lo choc subito alcune edizioni fa, ho seguito da una certa distanza le edizioni seguenti ma, se non sono stato male informato, sembra che recentemente dei segnali in questa direzione ci siano effettivamente stati.


Tornando a me, siccome non so stare senza fare musica, mi sono rivolto ad altro, a un repertorio piacevolissimo, quello della canzone napoletana antica e classica. Perché proprio la canzone napoletana? Beh, prima di tutto, ma veramente prima di tutto, per il fatto semplicissimo che per uno che canta e suona la chitarra, cantare canzoni napoletane accompagnandosi è un piacere indescrivibile. Poi c’è il fatto che il campo della musica popolare salentina è inflazionato. Le musiche popolari sono tali anche perché hanno un “biglietto di ingresso” molto basso: chiunque strimpelli, batta un poco il tamburello, strilli qualcosa, pensa subito a formare un gruppo e a salire su un palco. Questo vale per tutte le musiche popolari, per esempio anche per il rock. E il bello è che, proprio in virtù della “grammatica di base” della musica popolare, in qualche modo, anche se si ha poco o nessun talento musicale, la musica, in qualche misterioso modo, “funziona”, la gente la ascolta e applaude. E questo incoraggia nuovi adepti. Intendiamoci, non vedo niente di male in questo, anzi lo trovo bello e naturale, anche perché è molto probabile che dalla quantità sorga della qualità. Solo che, come ho detto prima, il “rumore di fondo” nel nostro caso è molto forte e per ottenere un ascolto non superficiale, non distratto, si deve fare molta più fatica. Infine c’è un terzo e più nascosto motivo.

Oggi si sente un gran parlare di musica “salentina”. Con relativo debordante apparato retorico sulle radici, le tradizioni e compagnia cantante. Di fronte a tanto esaltato campanilismo, viene voglia di ricordare che una parte cospicua dei brani che vengono di solito eseguiti in realtà non ha affatto origini salentine. E non è neanche presente nella nostra terra da tanto tempo. Forse solo dei reputi, del trattamento musicale della pizzica e di qualche monodia si può dichiarare, non dico l’origine locale, ma almeno una prolungata presenza nella nostra tradizione. Qualche esempio?

Opillopillopì ha la musica di un trallallero genovese. Moretto è un canto settentrionale, come la maggior parte dei canti narrativi. La musica napoletana ha poi un posto particolare nella nostra tradizione. E non penso solo alle versioni salentine di brani la cui origine napoletana chiunque è in grado di riconoscere (Lu Cardillu, La Palumbella ecc). Ma penso anche a brani che sono spesso considerati la quintessenza della salentinità, come per esempio Quannu te llai la facce la matina, che è appunto di origine napoletana (Chell’acqua ca te lave la matina/te preio, Nina mia, nu’ la ghittare/A do’ la ghiette ce nasce ‘na spina/’Na rosa muscarella p’addurare). Come pure il testo della pizzica incisa nell’LP del CGS dei primi anni ’70, De sira ne passai (Sera passaie e tu, bella, abballave/Cu ‘nu rucchetto palomma parive/ Cchiù de na vota me volea accostare/ Pe ddarte ‘nu vasillo sapurito/Riss’o cumpagno mio: “Tu che bbuò fare?”/Chi vasa a Teresina è pen’a vita). E si potrebbe continuare a lungo.

Ora in tutto questo non vi è nulla di strano. Ci mancherebbe che non ci fossero rapporti e scambi tra le culture! Ma è salutare ricordarlo, perché mi pare che qualcuno abbia preso un po’ troppo sul serio le tante balle che si sentono raccontare in questo campo.

Apro una parentesi sull’argomento per dire che nel 1998 mi capitò di scrivere qualcosa sulla rivista Libero Cantiere per richiamare l’importanza che poteva avere, per il consolidamento della debole identità salentina, il riallacciare il legame con la propria tradizione musicale. Sostenevo il valore del recupero di questa identità per la crescita culturale della nostra area. Ora quando le identità sono deboli, come nel nostro caso, la spinta al recupero espone naturalmente al rischio dell’ipertrofia delle stesse. Oggi siamo infatti esposti ad un’overdose di salentinità che inevitabilmente porterà ad una reazione di rigetto e così via fino a una qualche forma di equilibrio o, molto più probabile per come va il mondo ultimamente, di dissolvimento. Penso che si tratti di un fisiologico, quanto molesto, effetto di secoli di mancato (auto)riconoscimento di un'identità regionale (in una cultura come quella italiana dove l’identità è stata ed è regionale) e va sopportato, magari meglio se consapevolmente.

Chiusa la parentesi.

Tornando alle motivazioni della mia scelta, come stavo dicendo, c’è questo motivo più nascosto che è in sostanza il piacere di ricongiungere i legami con un mondo musicale e culturale, quello napoletano, che pur essendo stato importantissimo - molto per il Salento e per il Sud ma, naturalmente, parecchio anche ben al di là di questi - tende, come ho accennato, ad essere misconosciuto dai più. E si tratta di una mancanza di consapevolezza che, secondo me, ci nuoce in molti modi.

Se poi qualcuno ancora dovesse trovare strana questa scelta da parte di un salentino appassionato di musica, spero che basti a chiudere il discorso il ricordare qualcuno dei tanti salentini illustri che hanno dato importanti contributi alla storia della musica napoletana (da Leonardo Leo a Tito Schipa, da Pasquale Mario Costa a Domenico Modugno) a testimonianza di un dialogo fecondo che va avanti da secoli e che sarebbe bello continuasse.