Recensione del libro di Franco Tommasi, Non c’è Cristo che tenga. Silenzi, invenzioni e imbarazzi alle origini del Cristianesimo: Qual è il Gesù storico più credibile? (Lecce, Manni, 2014).

 

Autore: FERNANDO BERMEJO-RUBIO

[ Traduzione dall’inglese di Franco Tommasi ]


La versione originale è stata pubblicata sulla rivista Itinerari di ricerca storica, a. XXXI – 2017, numero 1 (nuova serie) ISSN 1121-1156 eISSN: 2385-2739 DOI: 10.1285/i11211156a31n1p169 ed è disponibile a questo link.


Il titolo di questo libro può, a prima vista, ingannare. “Non c’è Cristo che tenga” è un’espressione della lingua italiana che significa qualcosa come “Non c’è nulla da fare”, “Inutile discutere, le cose stanno così e basta”. Si potrebbe perciò pensare che esso manifesti una posizione radicalmente scettica verso la storicità di Gesù/Cristo. In realtà, non è assolutamente così. Il sottotitolo corregge subito la possibile prima impressione, chiarendo che il lavoro si propone di esaminare le interpretazioni correnti della figura storica di Gesù, alla ricerca della più plausibile tra esse. Si aggiunga che i termini piuttosto netti usati nel sottotitolo (“silenzi”, “invenzioni”, “imbarazzi”) manifestano con chiarezza l’intenzione dell’autore di affrontare il compito in modo seriamente critico.


E, in effetti, Non c’è Cristo che tenga (da ora in poi NCCCT) è un saggio critico coinvolgente. Certo, il lettore comune potrebbe sorprendersene, dal momento che l’autore non è uno storico, un filologo e neanche un biblista, ma un professore di informatica al Dipartimento di Ingegneria dell’innovazione dell’Università del Salento (Italia). Non ce n’è però motivo: molti settori di ricerca, specialmente in campo umanistico, sono bloccati da fastidiose ripetitività e vincoli ideologici, per cui non va esclusa a priori la possibilità che un outsider possa offrire dei contributi validi. Nel dominio degli studi su Gesù poi, i vizi appena citati sono particolarmente gravi, con il solito miscuglio di idee contorte e inattendibili riproposto all’infinito da teologi ed esegeti erettisi a sedicenti storici. In un tale contesto, non va snobbata la voce di un outsider, specialmente se - come è il caso di Franco Tommasi - si tratta di una voce intelligente, colta e profonda. Tommasi è inoltre uno studioso intellettualmente onesto, che non ostenta, come a molti altri piace fare, una sua particolare originalità. Fin dalle prime righe della sua Prefazione, egli mette infatti in chiaro che l’argomento è stato già trattato esaustivamente e che molte delle cose che egli riferisce sono state ripetute e pubblicate in altri lavori. Non scoraggiato da ciò, egli procede a giustificare la scrittura del suo libro - e lo fa in modo convincente. Tommasi punta il dito contro la schiacciante maggioranza degli studiosi, sia quando dimostrano più o meno chiaramente una visione condizionata dalla fede, sia quando sono guidati da una posizione pregiudizialmente contraria alla Cristianità che tende a distorcere le loro ricostruzioni storiche. E, in tutti i casi, contro coloro che, anche senza soffrire di particolari condizionamenti, non sono sufficientemente chiari nel dar conto dei più sicuri risultati della critica storica. Secondo l’autore, questa situazione si manifesta in modo particolarmente netto in Italia. Di conseguenza, egli ha deciso di scrivere un libro che cerca di offrire un resoconto obbiettivo sullo stato attuale delle ricerche.


Tommasi non nasconde l’origine frammentaria di NCCCT e come egli non abbia puntato ad un’esposizione sistematica ed esaustiva. Cionondimeno, il lavoro è ben ordinato e chiaramente strutturato in tre parti. La prima parte è intitolata “I Problemi aperti” ed è dedicata ai fatti accertati che sono alla base delle ricerche. Questi sono ulteriormente suddivisi in tre parti: 1) le fonti non cristiane sono quasi mute su Gesù e le più antiche fonti cristiane (Paolo e la cosiddetta fonte Q) non dicono un granché riguardo al materiale biografico riportato dai Vangeli; 2) Una parte cospicua dei dati su Gesù contenuti nelle fonti cristiane del primo secolo sono il risultato di pie fantasie e creatività teologica; 3) La tradizione cristiana ha preservato numerosi elementi di natura imbarazzante, in forte contraddizione con l’immagine di Gesù che essa stessa cerca di costruire.


La seconda parte è dedicata alle spiegazioni che sono state offerte per queste sorprendenti circostanze. L'autore identifica cinque posizioni: 1) i fondamentalisti; 2) le posizioni cristiane moderate, che cercano di salvare l'essenza della tradizionale immagine confessionale; 3) le visioni maggioritarie, non confessionali, di Gesù come profeta apocalittico o come un innovatore etico o religioso; 4) le ricostruzioni della vita di Gesù che lo rappresentano come coinvolto in attività e/o ideologie anti-romane; 5) le visioni miticiste, secondo le quali Gesù non è mai esistito.


La terza parte è la più breve e contiene un insieme eterogeneo di riflessioni sulla Cristianità e su come i cristiani hanno difeso la loro tradizione. Il lavoro si chiude con due lunghe appendici: una di esse contiene utili informazioni di base relative all’argomento principale del testo (un glossario, informazioni sulle fonti, criteri di storicità ecc.); l’altra è dedicata ad una franca esposizione delle posizioni personali dell’autore rispetto alle questioni religiose e alla Cristianità.


NCCCT passa accuratamente in rassegna le posizioni identificate dall’autore, dedicando un intero capitolo a ciascuna di esse (solo ai fondamentalisti vengono dedicate appena due pagine - non c’è in effetti molto su cui riflettere!). Mentre la maggior parte degli studiosi, con superficialità, scartano a priori come superata la posizione dei miticisti, Tommasi dedica ad essa, e specialmente a quella di Robert Price, più di 20 pagine, con ciò dimostrando una reale indipendenza di giudizio. Il testo di Richard Carrier, On the Historicity of Jesus. Why We Might Have Reason for Doubt, è stato anch’esso pubblicato nel 2014 e sfortunatamente NCCCT non l’ha potuto prendere in considerazione - nel frattempo, e particolarmente in virtù di tale corposa pubblicazione, Carrier è divenuto l’esponente di maggior spicco della posizione miticista. Ancora più interessante, a differenza della maggior parte degli studiosi della corporazione dei biblisti, dopo aver passato in rassegna tutte le posizioni, Tommasi si impegna ad individuare un possibile terreno comune tra il mainstream, i miticisti e i proponenti di un Gesù anti-romano. E questa è una scelta che fa riflettere sull’atteggiamento privo di pregiudizi dello studioso.


Tuttavia, sebbene Tommasi si mostri equo nel riconoscere una possibile validità a vari aspetti delle diverse posizioni, egli coraggiosamente - e, a nostro giudizio, correttamente - tende a favorirne una, in particolare quella che colloca Gesù nell'ambito della resistenza giudaica contro Roma, richiamandosi agli studi di Samuel Brandon (cap. 9 di NCCCT), dal momento che, secondo lo studioso italiano, le sue ipotesi offrono la migliore spiegazione dei dati disponibili. Allo stesso tempo, egli afferma l’inconsistenza delle consuete confutazioni di tale punto di vista: da un lato queste sono costrette ad ammettere che i Vangeli sono delle fonti di parte, che rileggono la storia di Gesù alla luce di contesti e interessi posteriori, dall’altro rivendicano l’assenza di prove a sostegno della visione di un Gesù anti-romano, dal momento che le fonti non lo rappresentano coinvolto in questioni politiche. Ma, se esistono ampie indicazioni che le informazioni siano state manomesse, è fallace usare tali informazioni come prova di alcunché! La circolarità del ragionamento rivela come l’enfatico rigetto dell’ipotesi di un Gesù anti-romano tradisca l’esistenza di pregiudizi profondamente radicati.


Tommasi non si limita a mostrare il carattere insostenibile delle visioni prevalenti in ambito accademico ma, lucidamente, denuncia anche il mito su Gesù diffuso in ambito secolare, quello che rappresenta il Galileo come paradigma morale e spirituale. Persino molti non credenti e atei si aggrappano a questa idea (“non mi piace la Chiesa ma mi piace Gesù”), senza rendersi conto che la visione di Gesù come modello di compassione, mitezza, pace, amore e apertura universale non è indipendente dalla Chiesa ma è il prodotto della distorsione e dell’amplificazione della sua figura attuata dai Vangeli. È la tradizione cristiana ad aver costruito un Gesù così accattivante. Una serrata analisi delle fonti rivela infatti, una lunga serie di tratti - credulità, adesione devota alle prescrizioni della Bibbia ebraica e ai suoi miti, una religiosità visionaria prossima al fanatismo, forte nazionalismo, pregiudizi verso i non ebrei, attitudini intolleranti, amore per la teocrazia, autoesaltazione, e così via - che difficilmente possono conciliarsi con un modello proponibile ad un uomo moderno che sia alla ricerca di un’eccellenza morale e cognitiva.


NCCCT mostra quanto sia fuorviante la diffusa tesi che molte delle posizioni prevalenti su Gesù debbano essere condivise solo perché la schiacciante maggioranza degli studiosi le sostiene. La maggioranza di coloro che lavorano nel campo degli studi sul Gesù storico, non è costituita infatti da storici indipendenti ma piuttosto da teologi o esegeti, il che significa che le posizioni prevalenti sono pesantemente condizionate da vincoli ideologici. Tommasi è sufficientemente imparziale da riconoscere che alcuni studiosi cristiani sono comunque competenti e onesti, ma allo stesso tempo egli afferma (correttamente) che per molti di essi convinzioni religiose e obblighi dogmatici hanno la meglio sull’indipendenza della ricerca, per cui i loro approcci sono di solito viziati dai fini apologetici.


Un altro notevole aspetto di questo libro è il fatto di essere stato scritto con una certa distanza nei confronti della Cristianità. Ciò - che gli italiani chiamano “distacco” - non implica alcun tipo di ostilità, ma solo un’attitudine priva di pregiudizi confessionali (o, se è per questo, anche anticonfessionali). E questo è un punto importante, dal momento che la maggior parte degli studi su Gesù e la Cristianità sono ispirati da impegni ideologici e scritti con tediosa ipocrisia (o con altrettanto tedioso disprezzo). Lontano da tutto ciò, Tommasi lancia uno sguardo acuto su questi argomenti, ma senza mai indulgere nella denigrazione. NCCCT è scritto con serietà e rispetto, e allo stesso tempo pervaso da ironia e senso dell’humor che non sono mai utilizzati per offendere il credente e che delizieranno il lettore scettico. Un risultato benaccetto, giacché del buon humor non è molto frequente nel campo degli studi su Gesù!


Naturalmente, il riconoscimento delle molte qualità di questo libro non implica che uno specialista non possa trovare alcuni punti che potrebbero essere stati più sfumati o in qualche modo precisati. Di seguito farò alcuni esempi.


Un piccolo numero di affermazioni potrebbero essere giudicate per certi versi iperboliche, come quando l’autore menziona Stevan Davies come “la massima autorità mondiale degli studi sul Vangelo di Tomaso” (p. 193). È vero che Davies è un grande specialista del Vangelo di Tomaso, ma ci sono parecchi studiosi che potrebbero essere considerati come le figure leader sull’argomento, come lo studioso americano April DeConick, che ha scritto diverse importantissime monografie su quest’opera, che non sono citate in NCCCT.


Ho già sottolineato come il tentativo di Tommasi di cercare un terreno comune tra diversi approcci sia indubbiamente molto apprezzabile. La sezione dedicata a questo argomento è, tuttavia, molto breve, e potrebbe - o forse dovrebbe - essere stata più approfondita. La ragione sta nel fatto che una delle tipiche obbiezioni all’ipotesi del Gesù anti-romano è che essa trascura o minimizza l’importanza del fattore religioso nella vita del predicatore galileo. L’obbiezione è generalmente infondata, ma si dovrebbe mettere in chiaro che il coinvolgimento nella resistenza anti-romana non esclude per alcuno la possibilità di essere allo stesso tempo una figura intensamente religiosa. Anzi, di fatto, nella storia giudaica questo tipo di coinvolgimento si è spesso basato sull’impegno religioso. Questo aspetto merita di essere sottolineato.


NCCCT dedica parecchie pagine al Testimonium Flavianum, il passaggio di Antichità Giudaiche XVIII nel quale Giuseppe Flavio menziona Gesù. Queste pagine contengono riflessioni intelligenti su questo dibattutissimo argomento, e sottolineano i problemi posti dall’usuale ricostruzione, secondo la quale la rimozione di tre frasi ci permetterebbe di recuperare il testo originale. L’impostazione è corretta ma Tommasi afferma che alle ipotesi attuali - il testo: 1) sarebbe integralmente autentico; 2) sarebbe integralmente falso; 3) sarebbe stato modificato dai cristiani - se ne dovrebbe aggiungere una quarta, in particolare che il testo scritto da Giuseppe possa essere stato molto differente da quello pervenutoci. Questo è certamente uno scenario possibile ma si tratta di un’ipotesi già formulata nella storia della ricerca. Infatti, parecchi studiosi di estrazioni molto differenti che non sono menzionati da Tommasi a questo proposito (Eisler, Bienert, Reinach, Pötscher, Twelftree, Bammel, Stanton…) hanno indicato l’esistenza di alcuni echi negativi persino nelle ricostruzioni usualmente fornite dalla maggioranza degli studiosi.


Per quanto riguarda il coinvolgimento politico di Gesù, Tommasi - per altri versi un autore molto ben informato - non cita diversi autori che hanno contribuito significativamente all’argomento. Anche se alcuni di tali studiosi non hanno appoggiato pienamente la visione critica di un Gesù anti-romano, ci sono degli aspetti per i quali essi hanno accettato le argomentazioni di Brandon, come accade per l’ipotesi che con ogni probabilità Gesù rifiutò di pagare il tributo a Roma. Tommasi (giustamente, a mio parere) sostiene che la lettura più plausibile di Mc 12:13-17 sia che Gesù rifiutò di pagare il tributo (vedi pp. 83-84, 227-228), ma cita solo Samuel Brandon (e Hyam Maccoby) a tale riguardo. Tuttavia, studiosi di estrazione cristiana come Richard Horsley, Douglas Oakman e William Herzog hanno appoggiato l’interpretazione di Brandon (e di altri) sulla questione del tributo. Affrontare questo aspetto avrebbe reso le conclusioni di Tommasi molto più forti di quanto già non siano.


Un punto in relazione col precedente è quello della considerazione molto elevata che Gesù aveva della propria posizione nel disegno di Dio, e in particolare le tracce che puntano alle aspirazioni regali del predicatore galileo. Appoggiando i suggerimenti di altri studiosi (Maccoby e Donnini, sebbene J. K. Elliott e il suo Questioning Christian Origins avrebbero potuto essere citati), in due differenti sezioni del suo libro Tommasi osserva giustamente che l’unzione di Gesù a Betania fu probabilmente l’occasione in cui Gesù fu pubblicamente unto come Re-Messia. Le rivendicazioni regali di Gesù sono, tuttavia, un argomento così importante che avrebbe meritato un trattamento più esteso. Ci sono indubbiamente molte tracce nei Vangeli che puntano a tali rivendicazioni, e raccoglierle avrebbe aiutato il lettore comune a comprendere questo punto, rinforzando così l’ipotesi del Gesù anti-romano.


Un’altra cosa che avrebbe migliorato il libro sarebbe stata una maggiore attenzione al dibattito corrente sui criteri. Tommasi dedica diverse pagine di valore ai criteri di storicità, ma non riporta il dibattito metodologico sviluppatosi impetuosamente negli ultimi anni nella corporazione dei biblisti. Mi riferisco a titoli come Constructing Jesus: Memory, Imagination, and History di Dale Allison (2010), o Jesus, Criteria, and the Demise of Authenticity di Chris Keith e Anthony Le Donne (2012). Bisogna riconoscere che forse questa discussione finirà per essere considerata una tempesta in un bicchier d’acqua, tuttavia ci sono motivi per pensare che - per esempio - la riabilitazione del criterio dei “pattern ricorrenti” nel lavoro di Allison e altri sia un avanzamento metodologico che meriti di essere conosciuto dal lettore generico.


Le precedenti osservazioni non sono mirate in alcun modo a sminuire l’importanza di NCCCT, del quale riconosco senza difficoltà e con veemenza l’attendibilità complessiva. Si tratta solo di questioni di second’ordine che uno specialista del settore avrebbe potuto approfondire. Ed è importante considerare che tale materiale avrebbe ulteriormente rafforzato l’approccio scelto da Franco Tommasi. Non c’è Cristo che tenga è un libro prezioso ed entusiasmante, pieno di osservazioni penetranti, buon senso, amore per la verità, e perfino di energia etica, che merita profonda attenzione. Naturalmente dovrebbe essere ampiamente letto in Italia, ma la sua apertura, il senso critico e l’atteggiamento privo di pregiudizi lo rendono rilevante anche in un contesto internazionale. Raccomando caldamente la sua lettura a ogni persona interessata a questo argomento così affascinante.