Ma c’è un Cristo che tenga?

di Sergio Sciolti

 

L'interesse per il Gesù storico, a quanto pare, è una cosa che coinvolge e appassiona più i laici, gli agnostici e gli atei che non i cristiani o i cattolici e questo è uno dei paradossi che riguarda un uomo su cui è stato edificato un sistema ideale che è considerato più o meno da tutti uno dei pilastri sui quali poggia la cultura occidentale. L'altro pilastro è il classicismo, ovviamente. Gerusalemme e Atene, insomma.  Ma mentre i fedeli di quest'ultima hanno, nel corso di parecchi secoli, analizzato e ricostruito quel mondo originario in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue contraddizioni, i fedeli del primo pilastro in genere non ne vogliono sapere niente ed anzi l'aggettivo "storico" li imbarazza quando non li inquieta. Per loro in genere "storico" coincide con "contenuto nei vangeli", e tanto basta. Inoltre amano introdurre nella discussione - a me è accaduto un paio di volte - il termine "mistero", anzi "mistero!" per spiegare incongruenze e imbarazzi, ma il vero mistero di chi fosse veramente quest'uomo non solo non li coinvolge, ma proprio non li appassiona. E la cosa appare a un osservatore esterno a volte incredibile. Perché fare spallucce quando si scoprono i Manoscritti del Mar Morto, o quelli di Nag Hammadi? Un vero credente dovrebbe esserne più che contento, dato che sono i migliori documenti originali a disposizione per fornire una rappresentazione del clima religioso dei due o tre secoli al centro dei quali si colloca la vicenda di Gesù. E invece giocano ai distinguo e si mostrano preoccupati, quando non accigliati.

L'altro aspetto sorprendente è che in Italia, paese dove si pubblica di tutto e dove i cantanti e i comici sono spesso primi in classifica non per i cd e i film, ma per i libri che dicono di aver scritto, la consistente e straordinaria quantità di materiali sul Gesù storico accumulatisi negli ultimi due secoli per opera di filologi, archeologi e storici tedeschi, francesi e anglo-americani, non sia mai stata tradotta, o sia stata tradotta solo in parte o in rapporto con qualche moda editoriale. Eppure le conclusioni a cui sono giunti sono straordinariamente interessanti e ci tengo a sottolineare che molti tra essi sono stati o sono veri credenti. Quando penso agli italiani, invece, di storici me ne vengono in mente pochi, ma mi risale sempre alla memoria quell'ispirato teologo alla moda che qualche anno fa cercò, su un quotidiano nazionale, di dimostrare che le stragi degli Albigesi nel sud della Francia erano un'invenzione anticlericale e che oggi se la prende col nuovo Papa, che secondo lui è poco cattolico. Se sono capaci di fare questo per fatti, come quelli di Beziers, abbastanza vicini a noi è ampiamente documentati, immagino che per il primo secolo l'operazione gli riesca molto più comoda. Mistero! Starò esagerando, ma non mi sembra che in Italia sia mai uscito un libro di ricostruzione storica rigoroso e non influenzato da punti di vista non storici e in cui si separi l’analisi dei fatti dalla dimensione escatologica che poi hanno assunto.

Nei libri scolastici ancora oggi non si fanno grandi distinguo, anche se qualcuno ci prova: la storia ebraica sta nella Bibbia e basta riassumerla, la storia del Cristianesimo sta nei Vangeli. Si fa tutto in quattro o cinque paginette e si va avanti. Ci sono secoli di impero romano, decine di imperatori e centinaia di battaglie di cui occuparsi. E qui le fonti abbondano e se ne può discutere.

Per il Cristianesimo le fonti invece mancano. Giuseppe Flavio, per esempio, che era uno scrittore al soldo dell'imperatore e che ha accumulato nei suoi libri centinaia di notizie, anche assolutamente secondarie, sulla Palestina di quegli anni, non parla mai di Cristo e dei cristiani, se non in un breve passo che i filologi dicono sia stato aggiunto (o come minimo manomesso) qualche tempo dopo, nei manoscritti, da qualche amanuense devoto.

Ci sono poi informazioni che vengono trattate come non rilevanti e non si può non pensare che ce ne siano state altre che sono state fatte sparire per deviare la memoria storica a usum delphini. Basti pensare ai fratelli di Cristo, di cui parla Marco e con lui Matteo, ma anche Paolo e gli Atti degli Apostoli. La storia delle contorsioni, da Girolamo a Epifanio, per cambiare il senso di quel “fratelli” è stupefacente e istruttiva (cugini, fratellastri ecc.). Il fatto è che Paolo scriveva in un ottimo greco e se ha scritto “fratello” intendeva “fratello”. Le acrobazie derivano solo dall'esigenza di salvare la verginità perpetua di Maria o c’era un fratello in particolare da nascondere perché creava qualche imbarazzo?  Insomma l'elenco potrebbe continuare e diventare lunghissimo.

Un’altra questione interessante, presente però anche in altri settori di studio, è quella di quelle che Warburg chiamava le guardie di confine delle discipline, che in genere svolgono questo ruolo perché in possesso di una cattedra e non amano interventi da altri campi del sapere, provenienti da outsider che si occupano d’altro. Per la storia del primo secolo si tratta di personaggi che riuscirebbero a parlarti in aramaico, ma ancora non s’è visto da parte loro qualcosa di significativo e rigoroso, dal punto di vista della ricostruzione storica, che sia anche divulgativo.

Ed ecco perché il libro di Franco Tommasi, “Non c'è Cristo che tenga”, casca a fagiolo. Franco Tommasi è un outsider, anche se la cattedra ce l’ha (di Informatica) e si è occupato della storia delle origini del cristianesimo e della costruzione del cristianesimo come religione organizzata per molti anni e ne ha tirato fuori una sintesi che segue il modello dell’inchiesta, dell’indagine indiziaria. Ha seguito tutte le piste, insomma, ha separato i dati oggettivi dalle sovrapposizioni, i fraintendimenti e le falsità vere e proprie. Oltre alle fonti, studiate spesso in lingua originale, Tommasi ha esaminato la enorme mole di studi che riguardano il fenomeno pubblicati negli ultimi due secoli di cui parlavo prima, ed ha offerto al lettore un servizio utilissimo di sintesi critica, riportando alla luce contributi significativi di studiosi la cui opera è stata emarginata o misinterpretata.

È partito da un presupposto metodologico ovvio, anche se spesso lo si dimentica: trattare gli eventi come qualsiasi altro fenomeno storico e valutare le diverse ipotesi in base al loro rapporto con i fatti.  E’ vero che qualcuno continua a dire che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni e continua a partecipare al balletto ermeneutico in cui qualche anno fa era riuscito ad infilarsi persino Ratzinger, ma Tommasi ha una formazione scientifica e quindi non si è fatto influenzare dal torcibudella filosofico, e ha fatto bene a non farlo, dato che ormai anche i filosofi cominciano a riscoprire la dura sostanza dei fatti oggettivi e delle spiegazioni razionalmente plausibili.

Dalla ricostruzione degli eventi del primo secolo emerge innanzitutto il ritratto della Palestina del I secolo, una provincia romana al crocevia di molte interdipendenze economiche, politiche e culturali, che appare spesso non dissimile per aspirazioni e aspettative, dal nostro mondo, e nella quale le cose e le tematiche che poi verranno provvidenzializzate e lette sub specie aeternitatis sono ben piantate per terra, nel fondo concreto dell esperienze umane.

La prima parte del libro è dedicata ai cosiddetti “problemi aperti” e cioè innanzitutto al “vuoto”, alla incredibile mancanza di fonti e testimonianze dirette di un evento così grande e al più o meno discutibile valore storico delle poche esistenti, da qui si passa alle “fictions”, cioè all’enorme mole di materiale  aggiunto, non provato da fonti o testimonianze, e in gran parte non provabile perché distante da qualsiasi credibilità e da qualsiasi dato storico.  La fiction più consistente sono ovviamente i Vangeli, un sublime testo letterario passato per secoli nel campo della documentazione storica, quando non in quello della verità oggettiva. L’autore conclude questa parte con un capitolo, “Imbarazzi”, che è una analisi scorrevole e anche divertente di tutte le contraddizioni che non si possono nascondere del tutto e che hanno creato delle pezze giustificative spesso esilaranti e sempre incredibili.

La seconda parte racconta invece delle diverse posizioni emerse negli ultimi due secoli sulla questione del Gesu storico. Messi da parte i fondamentalisti, che con la storiografia hanno nulla a che fare, l’autore prende in considerazione le teorie cristiane moderate, le tesi oggi dominanti di un Gesù apocalittico o sapienziale, il Gesù antiromano in rapporto con gli Zeloti proposto da Brandon in un libro degli anni sessanta, introvabile fino alla ristampa di pochi mesi fa e poco compreso sia dai detrattori che dagli aficionados, e che Tommasi rivaluta con decisione, fino ad arrivare al Gesù “mitico”, cioè alle tesi che fanno di Cristo una figura inventata di sana pianta dalla confluenza di sette radicali (ebraiche e pagane) ciascuna con un'idea tutta sua di cosa volesse dire “unto” (Messia, Cristo).

Uno dei sottotitoli del libro è “Qual è il Gesù storico piu credibile?” e in queste pagine si tirano un po’ di conclusioni: non è necessario immaginare per forza che Cristo non sia mai esistito, se ne può tranquillamente accettare l’esistenza, così come si può accettare che abbia guidato per poco tempo una piccola assemblea di ebrei piuttosto critici verso le autorità del tempo e del Tempio, magari vicini agli Esseni. Ma si deve concludere che non ha mai avuto nulla a che fare con il movimento e l’organizzazione religiosa che da lui ha preso nome. Questa è stata una costruzione – indubbiamente geniale - di Paolo di Tarso, nata e fortificatasi solo dopo che l’assemblea di cui sopra, che era guidata da Pietro e dal fratello di Gesù, Giacomo, perse ogni influenza sulle piccole comunità che nel giro di alcuni decenni si erano diffuse in alcune città, sopprattutto orientali, dell’Impero romano. Influenza perduta soprattutto per il suo esclusivismo ebraico, ma anche perché, e Tommasi insiste molto su questa cornice storica, la guerra giudaica del 70 d.C. aveva reso la Palestina un deserto. Il cristianesimo paolino insomma è emerso dalla distruzione del cristianesimo di Gerusalemme.

Devo dire che il libro mi ha liberato dal pregiudizio antipaolino che spesso vedo in molti atteggiamenti verso la Chiesa: Paolo di Tarso, in fondo, tolto dall’analisi l’antifemminismo, la visione autoritaria, la scarsa fiducia nella natura umana e molto altro, ha tirato fuori dal calderone mediorientale una serie di idee e principi validi per tutto l’Impero e quindi, diciamo così, “universali”. Se avesse vinto la comunità originaria, quella di Giacomo, che qualcuno romanticamente rimpiange come “cristianesimo delle origini”, idee, principi, obblighi, leggi etc. sarebbero state ben più rigorose e insomma ben più esclusiviste e fondamentaliste. E infatti c’è chi ha ipotizzato che, attraverso canali misteriosi e percorsi sotterranei, i nostalgici di queste posizioni, inseguiti dai romani, siano andati a finire nelle sabbie del deserto a influire fortemente sulla nascita di un nuovo monoteismo, più semplificato e comprensibile e soprattutto più aggressivo.

Nel volume c’è molto altro, ovviamente, ed è sempre presentato ed analizzato in modo da contribuire a creare nello spaesato lettore una mappa mentale di eventi così cruciali. Vi contribuiscono anche un ricco glossario su termini, movimenti, questioni e una serie di note finali, leggere e spesso umoristiche, sulle pieghe che la questione ha preso nei nostri anni.  Un libro appassionante e utile.


La seguente recensione al libro “Non c’è Cristo che tenga” di Franco Tommasi (ed. Manni 2014) è stata pubblicata nel numero 100 della rivista “L’Ateo” (terzo numero del 2015). L’autore, Sergio Sciolti, è nato e vive a Lecce. Si è laureato in filosofia all'inizio degli anni ottanta e insegna materie letterarie nelle scuole superiori. Si occupa in modo libero e divagante della storia della cultura in generale, con un interesse particolare per il rapporto tra le fonti figurative e le fonti testuali.